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Alfredo Panzini e Bellaria

Non credo che sappiano precisamente qual è il mio mestiere”: così Alfredo Panzini ironizzava come al solito sul suo rapporto con i concittadini che lui, marchigiano poi milanese poi romano, aveva scelto per adozione: i contadini romagnoli, i pescatori di Bellaria.
Ci sarebbe molto da dire su questa scelta: in un’epoca in cui tutti gli intellettuali cercavano di andare verso il centro dell’Italia e della vita culturale, Panzini (come il suo “fratello” maggiore, Giovanni Pascoli) rendeva sempre più intense le frequentazioni periferiche con gente modesta, gente che non poteva neanche immaginare quale fosse il suo vero mestiere: un uomo importante? Una specie di saggio? Un avvocato capace di risolvere garbugli di ogni tipo? Di fronte a questi dubbi Panzini aveva elaborato e ostentava un ruolo semplice, borghese e onesto, quello del professore.

Professore come Carducci, professore come Pascoli, ma con una posizione totalmente diversa e più vicina a noi.

“Professore“ per lui serviva a mascherare i dubbi, le incertezze, le angosce crescenti nei confronti di una società sempre più incomprensibile, dove la letteratura ormai non sembrava ottenere grandi riconoscimenti, oppure, in un secondo tempo, veniva mantenuta in vita da un regime bisognoso di consensi intellettuali.

Per Panzini la crisi (personale e sociale) era iniziata molto prima del fascismo, già nella Bologna post-carducciana, e i suoi primi racconti (milanesi) sono storie di nevrosi, di anomalia, di ripiegamento antieroico.
Qualcosa che fa pensare a Pirandello. Come fa pensare a una delle storie di follia pirandelliana il primo racconto importante, La cagna nera, dove un giovane professore viene sbattuto nel Sud e diventa pazzo, in mezzo a un mondo contadino e piccolo borghese che lo accerchia e lo soffoca.
Ma dopo i pescatori meridionali, sembra che i pescatori romagnoli offrano a Panzini la pozione magica per liberarsi dal male. Il suo famoso diario di viaggio, La lanterna di Diogene, è un’opera dove la salute è stata riconquistata, e proprio grazie al cinismo del filosofo antico citato nel titolo.

Panzini ora è un professore che crede nella cura “del moto e del sole”, cioè sceglie l’antimoderna bicicletta per fuggire dalla vita della grande città e recarsi nella casa delle vacanze, nel borgo romagnolo di Bellaria. Bellaria è una piccola patria in cui mettere radici per ritrovare un appiglio solido in mezzo allo scompiglio generale.
E la Casa Rossa assume subito i tratti della dimora anti-intellettuale, un Vittoriale alla rovescia, un Castelvecchio più semplice: un cubo di mattoni in cima a una duna di sabbia, esposta al vento del mare e al rumore della ferrovia, solida ma aperta agli spazi della fuga: il mare, il treno, la strada, la bicicletta.

Info

Servizio Beni e Attivita' Culturali, Politiche Giovanili e Sport
Sede Biblioteca A. Panzini - Primo Piano
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